domenica 16 novembre 2008

e ti piacevo ad interessi zero.

e arcobaleni a punta che disegnano vulcani spenti.
fare girotondi aperti su isole dai confini incerti.
e nascondere le tue inversioni di marcia sotto il tappeto dei miei rimpianti contro producenti.
mentre contavo i bottoni sulle giacche dei circensi arroccati fuori centri sociali inesistenti.
e pagami gli alimenti
tu che hai preferito la stabilità al mio cuore cocopro.
amori precari già licenziati.
senza casa ne causa.
stiamo ancora pagando il mutuo per la banalità.

lunedì 20 ottobre 2008

e con le tue mani calde hai rotto il guscio

la nebbia uccide i colori. questa notte ha freta d'andarsene mentre l'odore di putrido è spazzato via dalla primavera.
l'umidità sala fin qui in cantina. la solita gente del bar, le birre calde, le partite della domenica, i goal della vittoria, le urla di gioia, i pianti a dirotto, il singhiozzo, le gomitate tra la folla, la corsa ai saldi di fine mese, le vetrine in centro, la biblioteca semi vuota, i quadratini del marciapiede, le strisce pedonali, i cartelloni pubblicitari, la voce che sovrasta, i mezzi pubblici sempre in ritardo, i titoli del tg, lo squillo dell'sms, internet che non si connette, il tuo cuore che si ferma e non riparte, il dolore per una distanza, il ripiego della sconfitta, la morte dell'anima, il respiro affannoso, l'amico del cuore, la statua di marmo, la cazzata delle cinque, la più bella del liceo, il mondo che non è come vorresti, i folletti che fanno l'amore sotto un fungo, l'autostrada contro mano, gli occhi di lui che ti ricordano chi sei, parole di fango, lune di gesso, cieli di merda, amori falliti e mai riprovati, un bagno turco, il pubblico, l'audience, la campagna elettorale, la cravatta a pallini, i lifting, il training, il mobing, la letteratura, la ragazza del tuo migliore amico, il "sei carina ma non mi piaci", "è meglio restare amici", non si vive di principi, una botta e via, tutto se ne va ma per fortuna niente è certo.
io ho ollato. ma gli altri come fanno?

martedì 14 ottobre 2008

e se il giallo non esistesse, i cinesi di che colore sarebbero?

le penne gel. i cerotti come ponti levatoi sulle armate nemiche delle nostre parole taciute. file rdinate di ulivi con i rami che tendono verso il basso. che basta il buio e diventano streghe. che basta la nebbia e diventano mostri. che sembra quasi che io sappia scrivere ma la penna è ancora nella tua mano. che nel ritorno di ogni viaggio chiedevi "i cinesi esistono davvero?". che ci tagliavamo con frammenti di ricordi di sogni fatti da svegli. e non c'è più musica nelle parole. che tutto tace ma senza pace. e mi immergo nella pece per farlo meglio questo saggio. che cerchiamo la vetta della montagna sui fondali inquinati. e proviamo a guardare lontano ma ci blocchiamo sempre allo stesso orizzonte.

le tue cure senza cuore

lo diceva anche lui che ha il nome di un fiume, sentirsi soli come un numero primo. che almeno quello è primo e tu sei solo multiplo. sei pari. sei folle. sei una folla, al cinema, al mercato, al teatro. numero emancipato. di certo non razionale. aspettare in stazione che qualcuno ti venga a reclamare. a portare monete nelle nostre tasche vuote. a riempirci la testa di pensieri per farci morire. che solo morendo possiamo scoprirci ancora in vita. ancora per poco. e tuonano le tue parole da padre nelle mie notti pastose. i timpani fabbricano rumori da sentire. le tempie si svestono della tua pressione.
scendiamo fino al cuore. battiti come segnalibri sulle pagine da cancellare. senza epilogo che ci possa far finire. e ritorniamo a sporgerci sul pozzo dei desideri. sulla fontana di Trevi. senza niente da chiedere per risparmiare. che ogni sogno è una moneta e inquiniamo il fondale. e si alza il sipario di rimpianti. e insceniamo i nostri cuori distorti dietro le quinte di questi anni. ma ora basta pensarci, meglio studiare. mi senti?

lunedì 8 settembre 2008

anche per morire c'era un modo migliore

l'uomo di Perugia che suonava il violino. ce l'ho stampato in testa. dal naso grosso. a parlare con te di vecchi cortometraggi ambientati nei Balcani. di guerre d'altri tempi. del secolo scorso. parole che rapiscono orecchie senza troppe difese. che era tutto inutile ma non mi muovevo di un centrimetro. che era bello rubare l'ascolto dei tuoi aneddoti osceni. che noi non ne potevamo parlare. che anche cosi erano borse di ghiaccio sulla mia mente malata. sulla mia mente malata di cuore. cuore prestato a un lanciatore di coltelli alle prime armi. riavuto lacerato. logorato. usurpato dal tuo cancro. mentre tu scorrevi e io ti rincorrevo. a zig zag tra gli alberi di quel bosco che portava i nostri nomi incisi su ogni sogno che il lombrico suggeriva. il lombrico logorroico che si arrotolava su se stesso. che forse aveva mal di stomaco, e lo dovevamo aiutare. che abbiamo aiutato tutti tranne noi stessi. e ora è tardi per salvarsi. per salvarci. noi, che oltrepassavamo la linea gialla alla stazione. noi che gli elfi le streghe i flauti i maghi. noi che camminavamo sui binari contromano. e "vivere" era una parola a cui ognuno trovava il suo contrario. e poi ci siamo nascosti senza decidere chi doveva venirci a cercare. che ancora guardo il cielo e la tua assenza. e settembre è sempre ad aspettarti.

che non si sta mai tanto male che non si possa stare peggio

Fumare sigarette con i filtri di cotone
Rullare segatura
Fare la bandiera di carta riciclata
E passeggiare agli Uffizi
Tra i tuoi amici
Presentati in notti accartocciate
Aspettando albe catartiche
I nostri sogni infranti
Pavimenti liquidi
Far arrossire le statue dei pensatori greci
Scambiare ricette di cucina
Seduti in uno di quei teatri soporiferi
Che seguivamo con le dite le lontane coste sarde
Pensando al ponte giusto per farne il girotondo
Ma arrivava sempre il buio a interrompere quel sogno
Partorito con il cielo illuminato a giorno
Che noi per lo più sognavamo con il sole
e la notte a fissare il soffitto, annegate nel dolore.

persino il cazzo si è rotto di me.

Che anche i salici piangenti ridevano di noi. Che autoironia era una brutta parola. E il mare che straripava dalle nostre mani. Abbattere muri abbattere muri abbattere muri. Ed è già ora di guardare il cielo. il tempo con le ali che ci passa sopra. Cercare la muffa nei bagni umidi. Quando tutti cadevano dalle nuvole e tu dicevi saltiamo sopra ora che non c’è nessuno. E una miriade di sguardi diversi che non potevamo incrociare. Come camminare su tegole i legno per sentire scricchiolii sinistri. Come il vino che resta giovane mentre noi venivamo erosi. Come la montagna nascosta dalla cascata. Che svanisce. Che sparisce. Che smentisce le nostre promesse di stabilità. E il sudore eliminava il naturale ciclo delle stagioni. E li conosciamo bene questi odori. Resina pioggia acida sale terra azoto liquido. Non c’è un sogno più breve di te. E ritorniamo a vivere nei seminterrati dei miei castelli in aria. Per vedere camminare le persone. Per nutrire il mio amore maniacale. Per guarire dalle podo-ossessioni. Sparare colpi nella terra. Mirare ai fili d’erba tra il marciapiede e la strada. Tra la terra e la strada. Tra la carcassa del cane che voleva giocare a rincorrere i finestrini e le formiche incolonnate. La storia del trivellatore. Le nostre storie in capitoli da otto pagine ciascuno. Ideare copertine sul far della sera e appenderle in cielo, che fanno luce.