giovedì 19 febbraio 2009

frantumare cieli dal vertice delle piramidi

Camminiamo e non abbiamo linee rette da seguire. O da evitare. Come polvere mossa dal vento. Come acqua mossa dal vento. Come angeli mossi dal vento. Come il vento che muove tutto e tutto ci sfiora mentre restiamo immobili. Ancorati. Dopo aver visto terra e aver urlato “l’America”. dopo i dodici rintocchi assordanti. Dopo aver immaginato cavalli alati saltare giù dalle finestre e altalene magiche. E pensare ai trapianti di cuore. Che sanguinano storie mancate. Che piangono su immagini sbiadite. Senza orti da coltivare. Senza frutta di stagione. Stetoscopi che intonano la vita. E crearci sopra una danza tribale. ma è solo un cuore. come passare una sera nell’Africa nera. È solo battito. Di mani, d’ali, di pioggia, di cuore. Tremito. Stetoscopi che suonano la vita come un canto popolare. Che avrei voluto fare grandi cose. Che avrei voluto fare la rivoluzione. Stetoscopi che continuano a cantare la vita. ascoltare nell’attesa di morire. Che anche la morte ha il suo canto dolce. ma continui a sentire il male. Ma continui a sentire il mare. a fare la corte alla luna. A bruciare fuochi nei suoi occhi. A cercare la morte su una cartina, ignorando i consigli del navigatore satellitare.

martedì 10 febbraio 2009

è tutto inutile, e neanche troppo innocuo.

E rompere le nostre campane di vetro nel deserto omerico. Salici piangenti imprigionati dal ghiaccio nel vento artico. Stelle ferme da millenni a illuminare spazi inutili. Con te o senza te. Con te o senza te. L’amore, gli imperatori, i cori, le scatole chiuse, le discese ripide, la cima degli abeti, le manovelle delle radio degli anni Ottanta. Gli anni Ottanta. gli adesivi sui frigoriferi. Scegliere le mattonelle una ad una. Fare attenzione alle linee di fuga. E sentirsi come in una macelleria. Ventilando l’aria per non sentirsi. Ventilando l’aria per non abituarsi. E restare ore ed ore osservando il mare. seduto sul fondale. Che ti sovrasta come cielo. che ti schiaccia e ti accartoccia. E gemo al solo pensiero di vederti scadere nella vendemmia del vino. Che è sangue amaro. Senza freno. Come togliere la morte dal taschino e lasciarla parlare, ma per poco. Come aprire gli occhi al buio e lasciarsi toccare. L’aria che ti si presenta. Venirci incontro e salutarsi a stento. Come uno scontro frontale poco dopo il tramonto.

martedì 25 novembre 2008

indosseremo magliette verdi agli anniversari dei tuoi amici morti.

Gli scozzesi suonano sulla collina ancora verde. Noi ci corteggiamo all’ombra del vento caldo. Come fossimo mantidi religiose nella stagione degli amori. E ogni tanto tornano alla mente racconti di un turista italiano sulla nona strada. La strada, le vetrine, le ragazze in vetrina. Mi piacevano, dicevi. Ci sarei stato, dicevi. Io già ti smontavo pezzo per pezzo. L’illusione di ricostruirti, smantellata anche quella. Senza piani regolatori per la tua personalità pandemica. E condivido con i girasoli il piegarsi allo scorrere di chi non potrà mai esserti vicino. Ma non è la lingua giusta, quella che parliamo. Che non capiamo i significati che diamo. Che non capiamo quanto è grande una piscina per chi ha paura di annegare. Acqua gelata. Il Canada d’estate. Reimmergersi nella neve di quei quadri. E guardarsi intorno e vedere dappertutto un po’ d’autunno. Odori e sapori di stagioni non ancora arrivate. Mangiare l’aria per sentirti parte di qualcosa. Per sentirti più piccolo. E rompere bicchieri. E creare arcobaleni fatti in casa. Ed entrare nei tuoi incubi per salvarti dai mostri mangiacarne. Ed essere l’eroe dei tuoi risvegli. E poi immaginare di raccogliere il filo dei tuoi pensieri in una unica matassa. E poi scrivere e scrivere e scrivere per giorni mesi anni. Senza agenti esterni che distraggano me dal tuo filo che attraversa tutto. Che seguirlo è un buon modo per perdersi meglio tra l’estraneità delle tue radici. E inventare nuovi alfabeti per doppiare il tempo. E continuare a scrivere e correre e scrivere e correre e scrivere e correre. E seguire il filo dei tuoi pensieri. Prendendo appunti sull’asfalto. E vedere il gesso finire e avere ancora cose da dire.

domenica 16 novembre 2008

e ti piacevo ad interessi zero.

e arcobaleni a punta che disegnano vulcani spenti.
fare girotondi aperti su isole dai confini incerti.
e nascondere le tue inversioni di marcia sotto il tappeto dei miei rimpianti contro producenti.
mentre contavo i bottoni sulle giacche dei circensi arroccati fuori centri sociali inesistenti.
e pagami gli alimenti
tu che hai preferito la stabilità al mio cuore cocopro.
amori precari già licenziati.
senza casa ne causa.
stiamo ancora pagando il mutuo per la banalità.

lunedì 20 ottobre 2008

e con le tue mani calde hai rotto il guscio

la nebbia uccide i colori. questa notte ha freta d'andarsene mentre l'odore di putrido è spazzato via dalla primavera.
l'umidità sala fin qui in cantina. la solita gente del bar, le birre calde, le partite della domenica, i goal della vittoria, le urla di gioia, i pianti a dirotto, il singhiozzo, le gomitate tra la folla, la corsa ai saldi di fine mese, le vetrine in centro, la biblioteca semi vuota, i quadratini del marciapiede, le strisce pedonali, i cartelloni pubblicitari, la voce che sovrasta, i mezzi pubblici sempre in ritardo, i titoli del tg, lo squillo dell'sms, internet che non si connette, il tuo cuore che si ferma e non riparte, il dolore per una distanza, il ripiego della sconfitta, la morte dell'anima, il respiro affannoso, l'amico del cuore, la statua di marmo, la cazzata delle cinque, la più bella del liceo, il mondo che non è come vorresti, i folletti che fanno l'amore sotto un fungo, l'autostrada contro mano, gli occhi di lui che ti ricordano chi sei, parole di fango, lune di gesso, cieli di merda, amori falliti e mai riprovati, un bagno turco, il pubblico, l'audience, la campagna elettorale, la cravatta a pallini, i lifting, il training, il mobing, la letteratura, la ragazza del tuo migliore amico, il "sei carina ma non mi piaci", "è meglio restare amici", non si vive di principi, una botta e via, tutto se ne va ma per fortuna niente è certo.
io ho ollato. ma gli altri come fanno?

martedì 14 ottobre 2008

e se il giallo non esistesse, i cinesi di che colore sarebbero?

le penne gel. i cerotti come ponti levatoi sulle armate nemiche delle nostre parole taciute. file rdinate di ulivi con i rami che tendono verso il basso. che basta il buio e diventano streghe. che basta la nebbia e diventano mostri. che sembra quasi che io sappia scrivere ma la penna è ancora nella tua mano. che nel ritorno di ogni viaggio chiedevi "i cinesi esistono davvero?". che ci tagliavamo con frammenti di ricordi di sogni fatti da svegli. e non c'è più musica nelle parole. che tutto tace ma senza pace. e mi immergo nella pece per farlo meglio questo saggio. che cerchiamo la vetta della montagna sui fondali inquinati. e proviamo a guardare lontano ma ci blocchiamo sempre allo stesso orizzonte.

le tue cure senza cuore

lo diceva anche lui che ha il nome di un fiume, sentirsi soli come un numero primo. che almeno quello è primo e tu sei solo multiplo. sei pari. sei folle. sei una folla, al cinema, al mercato, al teatro. numero emancipato. di certo non razionale. aspettare in stazione che qualcuno ti venga a reclamare. a portare monete nelle nostre tasche vuote. a riempirci la testa di pensieri per farci morire. che solo morendo possiamo scoprirci ancora in vita. ancora per poco. e tuonano le tue parole da padre nelle mie notti pastose. i timpani fabbricano rumori da sentire. le tempie si svestono della tua pressione.
scendiamo fino al cuore. battiti come segnalibri sulle pagine da cancellare. senza epilogo che ci possa far finire. e ritorniamo a sporgerci sul pozzo dei desideri. sulla fontana di Trevi. senza niente da chiedere per risparmiare. che ogni sogno è una moneta e inquiniamo il fondale. e si alza il sipario di rimpianti. e insceniamo i nostri cuori distorti dietro le quinte di questi anni. ma ora basta pensarci, meglio studiare. mi senti?